The Exorcist: una prima stagione al di sopra delle aspettative

The Exorcist, la serie horror ideata da Jeremy Slater, è stata un’operazione rischiosa da parte della FOX, canale che ha prodotto la serie.

Impossibile raggiungere i livelli del cult del 1973 diretto da Friedkin, pietra miliare dell’horror cinematografico e ispirato a sua volta al romanzo di William Peter Blatty. Ma ancor più difficile era convincere gli scettici a dare almeno un’opportunità a questo prodotto, che ha avuto il merito di rispettare il capolavoro del ’73 e camminare per la propria strada, adattandosi ai nuovi gusti del pubblico ma riuscendo ad evitare risvolti pacchiani.

Ovviamente, la decisione di voler produrre un sequel del film ha obbligato i produttori della serie ad inserire all’interno della storia omaggi e svariati riferimenti al cult di Friedkin, a partire dalla decisione di inserire nel pilot l’indimenticabile “Tubular Bells” di Mike Oldfield, tema musicale del film. Ma anche e soprattutto riprendere alcuni dei personaggi, in questo caso le due protagoniste del film, da inserire nella serie. Ed è proprio questo uno dei punti di forza della serie, difatti è stato gestito alla perfezione il colpo di scena nel quale si svela l’identità di Regan MacNeil.

Proprio da qui vogliamo cominciare ed elencare i punti di forza ed alcune debolezze di questa prima stagione di The Exorcist, partendo dai primi:

1. Nonostante qualche scena cruenta, ricordiamo ad esempio quella del tram, The Exorcist riesce ad essere inquietante senza l’uso continuo di effetti speciali o scene splatter, come qualcuno immaginava. La tensione si basa spesso sui dialoghi o sull’introspezione dei personaggi, caratterizzati magistralmente. Impossibile non citare il caso di Padre Marcus, del quale ci viene mostrata la difficile infanzia in collegio, già imperniata sul contatto con il Male. O la difficile decisione di Thomas, stritolato dai sensi di colpa per aver amato una donna nonostante il suo lavoro.

2. Incentrare la serie, almeno inizialmente, sulla possessione di un’adolescente, proprio come nel film, poteva sembrare una copia sfacciata del film. Ma, in realtà, è stata una mossa azzeccata e propedeutica alla (non) presentazione di Angela/Regan. Il mistero riguardante la famiglia Rance viene svelato a metà stagione, e la gestione del colpo di scena è parsa perfetta. Così come lo è stata quella del penultimo episodio, durante il quale ci viene mostrato, tramite Henry, il numero “162” ripetutamente. Il numero è in realtà la pagina del libro di Chris, che permette a Thomas di scoprire che Pazuzu si è impossessato nuovamente di Regan.

3.  La bravura degli attori! Tutti i protagonisti di questa serie hanno saputo offrire performance di alto profilo. Se era lecito aspettarselo da Geena Davis, vincitrice di un premio Oscar, che pure era partita (giustamente) in sordina, a stupire tutti sono stati Alfonso Herrera (Thomas) e Ben Daniels (Marcus). I due venivano da esperienze da personaggi secondari di serie come Sense8 e House of cards, ma hanno saputo far appassionare tutti noi alle vicende dei loro personaggi. In particolare, nelle ultime puntate, abbiamo assistito a dei monologhi molto intensi di Ben Daniels, al quale era affidato l’arduo compito di non far rimpiangere un mostro sacro del cinema mondiale: Max von Sydow. Da tenere d’occhio anche le giovani interpreti delle sorelle Rance, che hanno saputo offrire convincenti performance.

4.  Una grandiosa fotografia, capace di offrire un susseguirsi di inquadrature di luoghi bui e tetri, è uno dei fiori all’occhiello di questa stagione. Come non ricordare la scena in soffitta nel pilot, o il season finale ambientato in un corridoio illuminato da poche luci, nel quale si muove un terribile Pazuzu. Una singolare, ma perfetta, scelta di ambientazioni per mostrare i dilemmi psicologici di Angela. Ma non solo la fotografia.. anche una regia molto “cinematografica” ha accompagnato noi telespettatori in queste dieci puntate, fin dal pilot diretto, ricordiamolo, da Rupert Wyatt, regista de “Prison Escape” e “L’alba del pianeta delle scimmie”.

5.  Il discorso finale di Padre Thomas. Una perfetta chiusura del cerchio, che ci riporta direttamente al primo sermone del giovane prete nel pilot. Un discorso che ci può anche regalare la speranza di un rinnovo, considerando che Thomas decide di intraprendere la strada dell’esorcismo. Proprio pensando ad un rinnovo, rimane aperta la questione riguardo Maria Walters… Chissà!

Nonostante questo, proprio il season finale ci ha mostrato una delle poche pecche di questa stagione:

1. Dopo averci mostrato, sin dai primissimi episodi, manifesti dell’arrivo del Papa a Chicago, completamente tappezzata di immagini del Santo Padre, una misera scena di uno sventato attentato ai danni del capo della Chiesa ci è sembrata una banalizzazione evitabile. Una soluzione poteva essere quella di aggiungere minutaggio al season finale (come accade spesso con altre serie), e non “accontentarsi” dei soliti 40 minuti.

2. Un’altra piccola pecca è la fine, frettolosa, di Pazuzu. Sempre considerando pochi i 40 minuti dedicati al season finale, si poteva sperare in un epilogo più “combattuto” da parte del demone.

Inezie, che non scalfiscono la nostra convinzione: The Exorcist non è un capolavoro televisivo, ma era difficile immaginare una serie così curata e accattivante.

Ovviamente fateci sapere i VOSTRI punti di forza e i punti deboli di questa serie nei commenti.

 

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