Recensione “Room” (2015)

Spoiler minimi–  Lenny Abrahamson è stato il regista rivelazione della commedia con sfumature drama “Frank“, con Michael Fassbender e Domhall Gleeson, in cui il personaggio interpretato da Fassbender è per quasi tutta la durata del film coperto da una maschera, una sicurezza e una sorta di rifugio per un uomo con un passato difficile.

In “Room” Abrahamson mette in scena una situazione paradossalmente opposta e claustrofobica nella prima metà del film, Joy (Brie Larson, meritatamente vincitrice dell’Oscar) è una ragazza con un passato felice, rovinato da un uomo che la rapisce, la chiude in un capanno minuscolo con una sola finestra da cui penetra uno squarcio di cielo, e che abusa regolarmente di lei. Il “rifugio” non è più la maschera protettiva che Frank indossava anche sotto la doccia, per Joy è l’inferno con una sola luce, non la finestra sul cielo, ma bensì suo figlio Jack, concepito due anni dopo il suo rapimento nel capanno.

Jack (un “grande” Jacob Tremblay), grazie all’immensa forza d’animo della madre, riesce a crearsi un suo piccolo mondo all’interno della stanza (The Room), i pochi oggetti come il lavandino o la tv diventano degli amici e per Jack non esiste altro. I primissimi minuti della pellicola sono di un impatto fortissimo, perché ci mostrano un bambino felice che prepara la sua torta di compleanno o che gioca con sua madre perché ignaro del VERO mondo che c’è al di fuori del capanno e che gli è stato portato via da sempre. La felicità, come si poteva immaginare, viene interrotta dalle continue visite del rapitore.

Quando Joy, esausta, rivela al figlio che c’è un mondo reale al di fuori di quell’inferno con persone vere e non immagini televisive, Jack dovrà far i conti con un nuovo inizio per salvare se stesso e sua madre.

Lenny Abrahamson adatta il romanzo “Stanza, letto, armadio, specchio” semplificando il titolo in “Stanza”, ma mostrandoci comunque quella sorta di rapporto umano che Jack instaura con gli oggetti al suo interno. La sceneggiatrice (come successo recentemente per Gone Girl) è proprio l’autrice del libro. Abrahmson riesce a mostrarci con un intensità spaventosa sia la vita dei due protagonisti all’interno del mini mondo che prende le sembianze del capanno, sia le reazioni dei due al mondo vero, diventato immenso per loro. Forse troppo adesso. Per una donna rinchiusa per sette anni ma soprattutto per un bambino nato e cresciuto inconsciamente senza libertà la vita reale sarà una sfida piena di prove da superare, anche simboliche, come attesta la bellissima scena del taglio di capelli per Jack.

 

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